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Sorrisi e capelli fucsia by seresirius
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«Ha gli occhi di Remus» disse Molly, guardando i grandi occhi ambrati che si stavano chiudendo per il sonno.

«E i capelli di Tonks» aggiunse Arthur, con un sorriso malinconico, osservando la capigliatura turchese pallido del bimbo.

 

 

«Ninfadora!»

Un uomo vagava tra la polvere e i calcinacci, tra le esplosioni e i lampi di luce, cercando qualcuno. Strinse più volte gli occhi lacrimanti per mettere a fuoco una sagoma scura poco distante, stesa a terra, immobile, e trasse un sospiro di sollievo nel vedere il mantello nero di un Mangiamorte.

Continuò a vagare, nella luce offuscata di quei corridoi smembrati, e dopo pochi attimi una figura china, che tossiva per la polvere che l’aveva investita dopo il crollo di una parte del soffitto, attirò la sua attenzione.

Si avvicinò in fretta, ma con circospezione, e dopo qualche secondo riconobbe la sua desiderata, adorata e amata Ninfadora Tonks, che aveva temuto di perdere per sempre così tante volte, quel giorno, che ne avrebbe perso il conto, se anche avesse avuto il tempo e la voglia di contarle.

 

«Come stai? Ti senti bene? Sei ferita? Vieni via di qui, è troppo pericoloso. Forza, andiamo.»

La voce ansiosa dell’amore della sua vita, della ragione della sua esistenza, del padre di suo figlio, del lupo mannaro da tutti conosciuto come Remus John Lupin le fece alzare la testa e sorridere.

Un sorriso nella polvere.

Un sorriso nella desolazione

Un sorriso nella morte che aveva invaso quei corridoi.

 

Quel piccolo, spontaneo sorriso che nascondeva un amore infinito e inesprimibile illuminò il cuore di quell’uomo che né i lampi accecanti né le assordanti esplosioni erano riusciti a scalfire.

«Lo sai che fino alla fine di questa battaglia non mi sposterò da questi corridoi, per quanto sia pericoloso per me e per chiunque altro. Qua difenderò fino alla fine la mia vita, la vita dei miei cari, il nostro mondo e il mondo di nostro figlio.»

 

‘Nostro figlio’

Quelle parole erano così dolci, così belle…

Voleva vedere il loro bambino crescere, felice, nel mondo che si meritava, che tutti meritavano, e speravano.

Un mondo in pace. Era per quello che combattevano: un mondo in pace.

Semplice da  pensare, da volere, da cercare… ma dannatamente difficile da ottenere.

 

Un debole fruscio, come di stoffa, fece voltare le due figure, ora appoggiate l’una all’altra.

Udirono un grido, di un ferito, o forse di un moribondo.

«Vinceremo! C’è ancora speranza!»

Parole amiche, forse dettate dalla stoltezza, dalle troppe ferite, da una fiducia eccessiva e mal riposta, dalla pazzia portata sulle ali della morte che volteggiava su quel castello e in quei corridoi… Ma quelle poche parole, colme di speranze e desideri, si insinuarono nei loro cuori.

Un sussurro, quasi un sibilo, interruppe un istante dopo i pensieri sulla guerra e sul futuro, sul mondo e sulla vita di quelle due persone, due figure grigie nella polvere.

Due parole. Poche, per avere il potere di terminare l’esistenza di un essere vivente. Due semplici parole, ripetute un attimo dopo.

Avada Kedavra

 

Una lacrima, piccola goccia lucente, cadde da una palpebra chiusa e tremante di Molly Weasley, dopo aver indugiato per un momento sulle ciglia, sopra una piccola e rosea guancia paffutella, e sembrava quasi che avesse pianto il bambino.

Ma qualcosa avrebbe smentito quest’ipotesi, se qualcuno l’avesse formulata: un timido sorriso, involontario, del bimbo addormentato.

Un sorriso.

 

Un sorriso.

O, per meglio dire, due sorrisi.

Questo era ciò che avevano lasciato Ninfadora Tonks e Remus Lupin nell’abbandonare questo mondo: due sorrisi per illuminarlo.

Questo era ciò che aveva visto Rubeus Hagrid, incredulo, con la vista appannata dalle lacrime, quando aveva portato i corpi nella Sala Grande, accanto agli altri.

Erano gli unici, tra le decine lì distese, ad avere il sorriso sulle labbra, congelato dalla morte.

Congelato, sì, ma non freddo. Scaldava, anzi, il cuore a chi piangeva i morti, infondendo una tenue eppur resistente speranza in quelle persone affrante.

E i capelli fucsia di quella donna dalle labbra incurvate in un eterno sorriso, contrastanti con il grigio e il bianco e il nero della morte, indicavano una sfida alla Morte, una tenace resistenza della Vita in quel nuovo mondo che stava sorgendo.

 

 

Quello stesso fucsia ora stava tingendo la piccola testolina del vero simbolo della Vita nata nella guerra e nella distruzione, seguendo gli imperscrutabili e intricati sogni di un bimbo.

Infatti, chissà per quale strano e sconosciuto motivo, il piccolo Teddy Lupin vedeva i suoi sogni popolati di animali: un grosso lupo dal pelo nocciola e dagli occhi ambrati,  uno strano camaleonte fucsia, un cagnone nero, una cerva dal manto fulvo, un cervo dall’imponente palco di corna e una piccola donnola rossa.

Ah, la fantasia dei bambini!