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Notte di primavera by ABlack
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nota dell'autore:
Questa oneshot è stata scritta per un concorso su hpquiz, qualche mese fa, così ho pensato di pubblicarla anche qui.
Sento il vento soffiare, inveire oltre le mura della mia cella. Purtroppo rischia di perdersi nel frastuono delle onde che s’infrangono contro la rupe, ma con un po’ d’attenzione si riesce a distinguerlo. Appena arrivato non ce la facevo, ora invece è diventato un passatempo, un gioco, ora mi riesce naturale.
Un rumore metallico mi fa sussultare nel buio. La ciotola che urta contro le sbarre della cella, come al solito. La cena. La afferro al primo colpo, queste mura, la paglia lurida sul pavimento, sono ormai un prolungamento del mio corpo.
Non distinguo nemmeno cosa sia, va giù per la gola, questa pasta densa. Scende troppo velocemente, così provo a razionarla nella bocca. Me la immagino grigia. Ad Azkaban certi giorni non si può vedere cosa ci circonda, e allora ci si guarda dentro, s’immagina il colore del mare là fuori, il muso del ratto che ci sfiora, il colore della nostra pelle, l’aspetto del catarro che sputiamo per terra. Solo quando passano loro, allora non si è più liberi di pensare, perché loro c’impongono cosa pensare.
Il vento graffia presuntuoso le sbarre della finestra, ma non può entrare, bloccato da un incantesimo. Qualche burocrate idiota al Ministero lo avrà imposto come misura per salvaguardare la mia salute. Di certo non è mai entrato in contatto con un Dissennatore, allora sì che saprebbe come tutelarla. Sono sicuro che si tratta di un incantesimo per impedirmi di fuggire.
Ora, seppure gelido, apprezzerei comunque uno schiaffo del vento, mi basterebbe qualche secondo di aria nuova, anche se ghiacciata, salata, pungente…
Adesso mi fa male lo stomaco più di prima. Sento, ed immagino i succhi gastrici che iniziano la loro lotta quotidiana contro la pasta grigia, la disgregano, la corrodono, la sciolgono, come fanno i Dissennatori con la nostra mente. Entrambi vincono sempre.
Resto seduto a pensare con gli occhi aperti nel buio. Chissà per quanto. Quaggiù tutto ciò che è umano abbandona i prigionieri fin dal loro arrivo: i sentimenti, la speranza, la ragione, e ovviamente anche la cognizione del tempo. Resta solo la morte, unica amica, a ricordarti che sei un uomo e che devi morire. Prima non avrei mai creduto di poter sentire qualcuno invocarla, adesso è un’eco monotona che risuona di continuo nelle orecchie.
Magari tra i morti starei anche meglio, con James e Lily, almeno potrei rivederli, saremmo uniti. Loro sanno che sono innocente. Ma sono morti. Con la mia libertà. Io sono morto con loro.
La morte… Se nessuno torna indietro ci sarà qualcosa di bello che li spinge a restare. O qualcosa di tremendo che gli impedisce di tornare.
La mia testa si piega da sola sulla sinistra. Lentamente mi accascio al suolo. Senza neanche la forza di raggiungere un grumo di paglia. Magari sto morendo. Nel buio mi appare qualcosa di dorato, un boccino mi guizza davanti agli occhi, ma scompare subito, ora c’è James sorridente.
« Allora… Quali sono i programmi per questa notte, Fepato? E’ luna piena, amico mio… »
Una punta di spillo che preme contro la gola.
Un paio di occhi verdi, c’è Lily che mi osserva, ma non sorride, il suo sguardo è pieno d’amore. Quegli occhi, fidati amici, leali confessori, brillanti, sempre spumeggianti e pieni di vita anche quando lucidi. Uguali a quelli del mio figlioccio. Harry, se almeno tu potessi sapere, conoscere la verità, mi basterebbe questo, poi potrei morire, davvero.
Mi sembra di rivederlo, piccolissimo tra le mie braccia… tra le mie braccia…
No!
Non ora vi prego. Non ancora! Non di nuovo.
Si avvicinano. Non respiro, una cappa di buio, umido e appiccicoso, mi avvolge, pesa, mi schiaccia.
Il dolore.
Quanto dolore.
« Hagrid, dammi… dammi Harry sono il suo padrino, lo curo io ».
« No, mi dispiace, Sirius, Silente mi ha ordinato di portarlo dai suoi parenti ».
Quanto mi costò.
« Hagrid! Non ha altri… che me… adesso ».
Ma non l’ho più rivisto.
I loro corpi tra le macerie. I loro volti.
Il dolore. Un urlo lancinante che strazia il silenzio intorno. Gente che si avvicina.
Il mio urlo è lo stesso di allora. La mia rabbia è la stessa di allora.
Il dolore.
La disperazione.
La fine.
Il disprezzo nella voce dell’Uomo, il disgusto nel suo sguardo.
« Black, dritto filato ad Azkaban, senza processo ».
La soddisfazione dell’altro, che si è salvato.
L’ingiustizia.
« Assassino ».
« Traditore ».
« Vergogna ».
Il mio respiro è più forte del vento, i miei gemiti più forti delle onde. Il cuore che prende a pugni i mattoni del pavimento. Sono ancora a terra, fradicio, freddo, sporco. Per fortuna si sono allontanati. Ma so già che torneranno, tornano sempre.
Disperazione.
Non so quanto ancora durerà, quanto resisterò, non so più nulla, solo d’essere innocente.
Avverto un tonfo poco lontano da me. Apro gli occhi e distinguo qualcosa di chiaro.
Di scatto mi avvicino alle sbarre della cella, è un giornale.
« Feccia. »
Una figura scura davanti a me. Una voce d’uomo, una voce che conosco… E’ Caramell.
Mi fissa, ma poi va subito via, schifato.
Afferro il giornale e torno nella mia tana, l’angolo più buio.
"Firmato oggi tra i Ministeri Britannico e Tedesco il nuovo Accordo sulle Importazioni di Erkling dalla Germania destinati alla ricerca."
Leggo la data: 9 giugno 1987.
Lascio cadere il giornale, mi accascio di nuovo sul pavimento.
Leggerlo è stato come un pugno allo stomaco. Il contatto con la realtà.
Sono passati già sei anni.
Sei anni precisi da quel giorno.
Penso a loro, ai loro occhi, alle loro mani, alle loro voci. Loro che non sono più. Loro che non toccherò più.
Restano comunque il pensiero più dolce. Lei resta il mio pensiero più intenso. Lei, il pensiero più amato.
Anche insieme, però, sono soltanto un pensiero, nella mia testa, vivono solo nella mia testa. Per questo non devo impazzire, perché possano continuare a vivere, con me.
Chiudo gli occhi, ma attraverso le sbarre della finestra si distingue qualcosa di vagamente luminoso. E’ l’alba, quasi mattina. Chiara come lei.
Come al solito non la vedrò.