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Quando a vent'anni ti svegli e fuori c'è la guerra by Rigel und Betelgeuse
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1. Quando parti,
e magari già lo sai cosa ti aspetta





Alle 10 e quarantotto di mattina del primo settembre del 1977, al binario 9 e tre quarti della stazione di King's Cross, Martha Reids, sesto anno Grifondoro, si faceva largo a spallate tra la folla, ignorando i brontolii infastiditi di chi veniva scansato malamente. Occhi bassi, testa incassata tra le spalle, distribuiva tutta la propria forza tra il passo marziale e le gracili braccia con cui spingeva - senz'altro convinta - il proprio carrello. Appena riuscì a guadagnare un portellone caricò il baule sul treno - non senza qualche difficoltà - e vi salì a sua volta, mantenendo quello sguardo serio e del tutto altrove che contribuiva a palesare la meccanicità dei suoi movimenti. Avanzò lungo la stretta servitù del treno, gettando sguardi inquisitori ad ogni cabina, sin quando non ne trovò una vuota, in cui fece scivolare il bagaglio levitante. Si lasciò cadere mollemente sul sedile, investì quasi un minuto per slacciare e sfilare gli atavici anfibi sbucciati e, rannicchiatasi sulla seduta, le secche ginocchia al petto, si tirò il mantello da viaggio fin sopra al naso e si accasciò contro il finestrino.



Severus Piton arrivava al binario 9 e tre quarti con quella serietà perpetua di cui sembrava incapace di liberarsi. Ci arrivava così, come se tornare a scuola, in quel 1977, fosse un po' come partire per la guerra. Ci arrivava così, forse, perché intimamente sapeva che, in quel 1977, tornare a scuola significava veramente un po' partire per la guerra.
Non era la sua personale condizione di vittima - anch'essa diventata ormai tradizionale - a mettergli addosso questi pensieri: il bullismo con il quale aveva dovuto convivere da quando aveva messo piede a scuola era diventato talmente una costante da fargli dimettere, allo sbocciare del suo settimo ed ultimo anno ad Hogwarts, qualunque magone o ansia al riguardo. Tanto più che quell'anno avrebbe avuto punti convincenti ai quali aggrapparsi e con i quali farsi forza quando gli fosse capitato di finire tra le grinfie di James Potter e i suoi fidati prodi.
A questo pensiero, il barlume di un sorriso balenò per una manciata d'attimi sulla sua severità: cosa avrebbe potuto quel Potter, per quanto tronfio e carico di sé, davanti a un protetto dell'Oscuro?
Il sorriso svanì velocemente come velocemente era apparso, chiudendo quella parentesi di training automotivante: all'atto pratico, la condizione di neo-Mangiamorte di Severus Piton non avrebbe di certo fermato Potter dal fargli eseguire un triplo tuffo carpiato dentro la scodella del porridge per il banchetto di Halloween, tanto più che nascondere il marchio era una delle regole fondamentali per sopravvivere sotto quella inquietante identità in un ambiente come Hogwarts.
La sensazione che Severus aveva quella mattina di stare partendo per la guerra, quindi, poggiava salde le fondamenta su quest'ultimo fatto. Non era come avere il presagio che intorno a lui qualcosa di strano stesse accadendo, senza sapere bene cosa, senza sapere bene come. L'essere parte viva, dinamica e pulsante di quel qualcosa dissipava qualsiasi nebbia potesse esserci a riguardo: Severus Piton non solo sapeva di essere in guerra, ma sapeva anche quali erano gli ordini che arrivavano al fronte (quanto meno al suo fronte) e, seppur in modesta misura, quali le prossime tappe da raggiungere e sotto quali strategie.
E sapeva bene che, in quanto membro dell'oscuro esercito, per quanto giovane e inesperto fosse, il suo compito all'interno di Hogwarts era di comportarsi come un qualunque informatore in incognito doveva comportarsi: raccogliere tutto, riferire tutto; senza perdere troppo tempo a chiedersi quali sarebbero potute essere le conseguenze.
Per pensare a tutto quello a cui aveva pensato, Severus si concesse un tempo sufficiente a raggiungere la coda del treno. A quel punto, prossimo al portellone del penultimo vagone, decise che fosse il momento di salire. Incantò il baule, montò i tre gradini che lo accompagnavano dalla banchina alla carrozza, ed imboccò il corridoio stretto su cui si affacciavano le porte delle cabine. Ne superò un paio piene di ilari ragazzine Corvonero e di Grifondoro che da poco avevano smesso i panni dei novellini. Poi passò oltre a due Tassorosso che facevano conversazione con minuscoli undicenni dall'aria spaesata ed eccitata al contempo, ancora assegnati a niente, che entravano a far parte della grande famiglia di Hogwarts in un momento così particolare della storia magica… Sfilò accanto a compagni di Casata più giovani di lui che riempivano un'intera cabina di risa e commenti taglienti anche quando non parlavano di questioni d'arbitrio; poi si ritrovò a superare lo scomparto che ospitava Remus Lupin e, cercando di mantenere un'espressione impassibile, indurì i tratti già spigolosi ed allungò il passo. L'idea era grosso modo quella di procedere in accelerazione costante fino a raggiungere più o meno la locomotiva, ma il palesarsi di Sirius Black dal capo della carrozza opposto a quello da cui lui stava arrivando, lo fece ricorrere ad un repentino quanto imprevisto piano B. Virò quindi verso destra con una prontezza che non si riconosceva, irrompendo in uno scomparto semi vuoto, in cui l'unico posto occupato ospitava un fagotto nero da cui spuntava un cocuzzolo color grano da un'estremità e due calzettoni di cotone liso all'altra.



Alice Hook si strinse così forte a lui che per un attimo Frank Paciock pensò che volesse trapassarlo. Rimase lì - attaccata al suo collo, il viso sprofondato nella sua clavicola, le braccia a cingergli il busto, ad aggrapparsi al suo busto - per molti istanti, che lui trattenne e conservò dentro di sé, e che le concesse perché ci erano arrivati prima del solito, a King's Cross, proprio in previsione di quell'eventualità. Ma siccome Frank capiva che, se fosse stato per lei, sarebbero probabilmente invecchiati in quel modo, si costrinse (dopo aver raccolto sufficienti istanti per dichiararsi pronto a farlo) ad allentare l'abbraccio, carezzandole i capelli scuri. Sentì Alice allontanarsi contro voglia, vide i suoi occhi - grandi e rotondi, pieni di ciglia e timori - guardarlo con quell'aria di fedeltà e condiscendenza che tanto gli faceva stringere il cuore, e con la quale lei gli diceva se dici che è ora di andare, io vado.
Frank si chinò su di lei - non troppo, perché Alice era alta abbastanza da permettergli una discreta comodità negli approcci - e le schioccò un bacio sulla fronte, sentendola sorridere carica di devozione.
«Ci vediamo presto, però» disse Paciock, aprendosi in un sorriso rassicurante «Verrò a trovarti ad Hogsmade, quando avrete il permesso»
«Te lo scrivo appena ci comunicano le date» si affrettò a dire lei, ostentando un tono di serenità che mal celava una certa apprensione «Poi…beh, scusami in anticipo, ma ti riempirò di gufi, questo è chiaro» aggiunse, forzando una risatina.
«Oh, certo!» concordò lui, annuendo con scherzosa espressione grave «Questo è chiaro»
La risata di Alice si ripeté, questa volta un pelo più distesa, e con un minuscolo pugno - di quelle mani così piccole per una della sua statura - andò a colpirgli la spalla, giocosa.
«Già. Perché così ti ricordi di avere già una ragazza, e non ti viene in mente di flirtare con una dell'Accademia»
«Alice!» esclamò lui, indignato «Che ti credi? Che basti una fitta corrispondenza epistolare ad impedirmelo?»
La bocca a cuore di Alice, fino ad ora atteggiata in espressioni cordiali, si disegnò in un tondo perfetto, per poi arricciarsi in una smorfia a cui seguì un altro pugno, questa volta un po' più tonico.
«Frank!» vociò, indispettita «Io ti ci faccio annegare nei gufi, se la metti così!»
Paciock ridacchiò, scompigliandole i capelli sul fischio del treno.
«Ohi, è ora!» constatò, sgranando gli occhi all'erta e guardandosi un po' intorno «Sbrigati, che altrimenti lo perdi»
Alice annuì con veemenza, incantando il suo baule. Prima che potesse fare qualsiasi altra cosa, Frank le prese il viso tra le mani e le diede un bacio, sorridendole poi confidente.
«Vedrai come passa in fretta quest'anno, Alice» le disse in un bisbiglio intimo e fiducioso, appoggiando la fronte a quella di lei «E poi…e poi quando esci, con il tuo bel diploma nuovo di zecca…io ti sposo. E ce ne andiamo a vivere nello Yorkshire…e facciamo uno, due, tre bambini!»
Alice, che fino ad allora era riuscita a mantenere una certa compostezza, proruppe in un sorriso commosso, con sguardo lucido e denti che mordevano un labbro. Si strinse ancora una volta a Frank, d'urgenza per ricacciare indietro le lacrime, poi lo baciò di nuovo e disse «Allora sposami, Frank Paciock, perché tengo a dirti che so dove abiti e che sto diventando una strega niente male, nel caso ti venisse in mente di cambiare idea»



«Remus J. Lupin!» vociò un goliardico e ridente Sirius Black, spalancando con irruenza il portellone dello scomparto, un sorriso sfacciato dipinto sul bel viso «In arte Lunastorta, che bellezza trovarti già sul nostro sfavillante trenino!»
Remus, che alla plateale entrata di Felpato era trasalito, non poté far altro che sciogliersi in un sorriso che, dapprincipio rassegnato, si caricò subito di un sollievo e di una contentezza genuini. Si alzò dalla sua postazione per andare ad abbracciare l'amico, che gli riservò un paio di sonore pacche sulle spalle.
«Ben trovato, Sirius!» esclamò allegramente Remus, tornandosi a sedere mentre Black entrava con tutto il suo bagaglio, lasciando che anche James Potter facesse il suo ingresso, in tutto la sua fulgida persona, abbronzata dal sole estivo e dotata di una incondizionata contentezza di vivere.
«Che piacere, che piacere vedere che sei sopravvissuto anche quest'anno ai tre mesi di lontananza dai tuoi fidati!» proruppe Ramoso, un sorriso sghembo impresso in faccia «Com'é? Acciaccato?»
Remus rise di gusto, mentre James si lasciava cadere con disinvoltura accanto a lui, allungando i piedi sul sedile di fronte, nella posizione che più gli risultasse comoda.
«Un po'» Lunastorta si strinse nelle spalle, sereno «ma me la cavo»
«A questo giro te ne sei fatte quattro, eh, vecchio mio?» commentò giulivo Potter battendo una mano sulla spalla del compare «E noi che non c'eravamo…ma io e Sirius, per starti vicino con lo spirito, abbiamo comunque festeggiato»
Felpato rise, mentre Lupin scuoteva la testa divertito, in un altro segno di bonaria rassegnazione, mentre pensava a quanto attenti ai cicli lunari fossero diventati i suoi amici. C'era da dire che per loro la cosa continuava ad essere molto più ludica che per lui, e che non erano rare le volte in cui si era sentito dire da uno dei due - buttato lì con tono all'occorrenza annoiato o eccitato - non vedo l'ora che sia già tonda. Sulle prime, a dirla tutta, non lo trovava particolarmente divertente, né tanto meno di tatto che chiunque di loro la pensasse così di quella circostanza. Poi, meditandoci su, si era reso conto della portata di quello che i suoi amici avevano fatto per lui, e di quanto fosse importante che loro ci fossero, e che ci fossero così come loro sapevano esserci. Perché non lo facevano sentire strano. Perché non lo facevano sentire solo. Perché sdrammatizzavano, cambiavano il suo punto di vista sulle cose, gli fornivano una chiave di lettura nuova. Era vero che lui, per quanto si sforzasse, non era mai riuscito veramente a spogliarsi di tutta quella paura, di tutta quella colpa, di tutto quel senso di essere strano. Questo era vero, ma era un fatto che, per quella che era l'essenza di Remus e per quella che era la sua storia personale, probabilmente non sarebbe mai riuscito a dimettere completamente tutto questo. Ma loro, i Malandrini, avevano il superpotere di farglielo dimenticare, almeno per qualche tempo. E, alla fine, aveva imparato ad accettare la loro impazienza verso il plenilunio.
«Voi, piuttosto» incalzò Lunastorta, un sorrisetto inquisitore in viso mentre spostava gli occhi su Sirius, complice «Com'è che ve la siete passata, quest'estate?»
«Oh, divinamente, il mio caro Lunastorta» esclamò Black con soddisfazione, portando le mani dietro la nuca «Credo sinceramente che litigare con mia madre ed essere radiato dalla famiglia sia stata una delle cose migliori che mi siano capitate in tutta la vita. E - Remus, non guardarmi così - non sto certo esagerando»
«È stato geniale, Lunastorta!» fomentò James passando una mano tra i capelli «Dovevi esserci. Anzi, te lo dico, dopo il diploma…Peter!»
«'Giorno!» Peter Minus aveva fatto capolino sulla soglia della cabina, l'aria trafelata e il fiatone di ci ha corso per prendere un treno in partenza «Vi stavate nascondendo? È una vita che vi cerco!»



Quando Martha si svegliò aveva la testa pesante e gli occhi appiccicosi. Rimase per qualche istante incollata con la fronte al finestrino, cercando di ricordare dove si trovasse, mentre il ticchettio della pioggia sul vetro le risvegliava con lentezza infinita un senso alla volta. Deglutì, fece scivolare la lingua contro il palato, dischiuse le labbra. Sbatté le palpebre - comunque aperte a mezz'iride - in modo asimmetrico, come un gatto, poi si strofinò un occhio, rabbrividendo di freddo quando, a quel movimento, il mantello le scivolò giù dalle spalle. Il rituale di risveglio le prese qualche momento ancora, il tempo necessario per dissipare le nebbie oniriche e farsi violenza per far riemerge qualche ricordo circa quel luogo e al perché vi si trovasse. Poi, con quella faccia ancora senza espressione, si voltò verso sinistra, dove l'unico altro essere umano presente nella cabina aveva scelto di sistemarsi, all'angolo opposto dello scomparto.
Dopo lungo osservare riconobbe, in quella figura pallida e cupa, ripiegata su se stessa mentre affondava il naso arcuato in un libro vecchio quanto Merlino, qualcuno che, qualche anno prima, era diventato conosciuto per qualcosa, anche se aveva il dubbio che non fosse niente di piacevole. Si prese ancora un momento per fare mente locale, quindi le tornò in mente quel pomeriggio di maggio di un paio d'anni prima; quando l'aria aveva già quell'odore di verso la fine che caratterizzava le ultime settimane di scuola; quando chi poteva si era sdraiato sull'erba, nei giardini, per studiare il studiabile; quando James Potter e Sirius Black stavano dando spettacolo circondati da un capannello di curiosi che non aspettavano altro che una scusa per scollarsi dai libri…
Severus Piton, con lentezza epocale, alzò gli occhi dal libri e li fece ruzzolare verso di lei, neri e stretti così come assolutamente severi.
«Sì?» chiese con una pacatezza algida, che nascondeva tra le righe una punta d'irritazione. Martha non distolse lo sguardo, l'espressione asciutta e la palpebra ancora non del tutto aperta.
«Tu sei Severus Piton» constatò.
Il ragazzo inarcò un sopracciglio, lasciando trascorrere qualche istante ancora prima di riportare gli occhi sulla sua lettura.
«Che rivelazione» commentò monocorde «Mi scuserai se non mi interessa sapere il tuo nome, invece»
Martha non si scompose, ma si concesse di ispezionare il Serpeverde ancora un po', giusto il tempo di scoprire che era in divisa, e ben pronto con i suoi bagagli.
«Dove siamo?» chiese la ragazza, buttando un occhio fuori dal finestrino, cercando di individuare un punto di riferimento che l'aiutasse a rispondere alle proprie domande. Che fosse il sesto anno filato che faceva quel tragitto in treno non cambiava molto le cose. Le campagne - inglesi prima, scozzesi poi - per lei gallese mai troppo abituata a spostarsi su mezzi semoventi se non per quei tragitti annuali obbligati, erano tutte uguali. Il tempo inoltre, così buio e bagnato, non le sarebbe servito a capire che ora fosse.
«Che ore sono?» incalzò Martha sul ritardo di Piton a risponderle.
«Le cinque e mezza passate» borbottò Severus, affondando ancora di più nel suo libro «E dovremmo essere appena entrati nello Lanarkshire»
Martha non ringraziò, ma allungò le gambe sui sedili vuoti accanto a lei, sgranchendole un po' prima di infilarsi i Dr. Martens il cui colore risultava confuso dagli anni e dall'uso. Risparmiò tempo sull'allacciatura, limitandosi ad infilare le stringhe dentro le scarpe per non inciamparsi lungo il tragitto, e, levatasi in piedi in tutta la sua alta magrezza - per quanto fosse nascosta da vestiti babbani molto vecchi e molto fuori taglia - e recuperò la propria uniforme. Poi, senza dire beo, uscì dallo scomparto, richiudendosi la porta alle spalle.



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Doverose note d'autrice: Eccoci qui, a premettere alcune cose, e a premetterle per punti (così ho l'illusione di procedere con ordine e di non dimenticare niente)
• parlo subito del titolo, che è un po' così perché io con i titoli proprio non ci so fare…è un po' apocalittico, ma ci può stare se si consideriamo che l'intento è un po' quello di cercare di interpretare come se la passassero degli studenti o neo-ex-studenti durante la prima guerra magica. Aggiungo che i vent'anni (che, se qualcuno leggerà mai l'attualmente unico capitolo de "Ipotesi di un post 1998" troverà ancora ripetuto in modo poco innovativo) sono anni effettivamente indicativi, perché ancora non ho molto ben chiaro fin dove coinvolgerò i nostri personaggi (conoscendomi, non credo arriverò a descrivere i vent'anni dei Malandrini e dei loro compari)…quindi quel vent'anni è circa da considerarsi in modo elastico da coprire una fascia tra i 16 e i 25 (e in effetti, a me che ne ho 23 capita di cadere nella tentazione di spacciarmi per una ventenne)

• non so per quale oscura ragione mi sia tornata questa voglia matta di scrivere cose su Harry Potter proprio ora, a parecchio tempo dalla mia ultima lettura di uno dei libri e quant'altro (devo dire che forse non avrei dovuto guardare gli ultimi film, è stata più o meno la mia rovina), ma mi ha preso particolarmente bene in questo periodo, quindi eccoci qua. Presa da questa malinconia patologica mi sono messa a leggere un po' di cose, tra cui alcune ambientate durante la prima guerra magica (fate un giro tra le mie seguite e le mie preferite, che secondo me meritano), ed è ovvio che mi è venuta una voglia matta di scrivere a proposito di questo. Ovviamente non ho la più pallida certezza di essere all'altezza di farlo (tutto sommato, i personaggi di quell'epoca, Malandrini compresi, sono quelli che forse si conoscono effettivamente meno: abbiamo solo alcuni stralci di giovinezza, racconti riportati da terzi, e solo nel caso di Sirius e Remus c'è un'esperienza diretta dei personaggi, che comunque, in entrambi i casi, sono minari da una storia personale molto forte che sicuro ha corretto fortemente alcuni lati del loro carattere… tirando le somme, i Malandrini mi sembrano tra i personaggi più difficili al mondo da gestire).

• sono una lettrice molto sbadata e smemorina, quindi è molto facile (se non, azzarderei, sicuro) che faccia degli errori narrativi anche abbastanza grossi. Vi prego, se mai qualcuno leggerà questa cosa e la trovasse in qualche modo apprezzabile (o anche non apprezzabile), di farmi notare tutto senza pietà.

• in questa ff ho deciso di fare apparire personaggi che non appartengono veramente alla saga, ma che sono farina del mio sacco. Ecco, tengo bene a precisare a tal proposito: lungi da me creare Mary Sue et Gary Stu, ma ci sono alcuni punti che avrei voluto trattare ma per cui non sono riuscita a trovare qualcuno nominato nella saga che fungesse da medium per tale scopo (forse proprio a causa della mia disattenzione nella lettura e smemoratezza). Vi prego (di nuovo), qualora dovessi cadere in marysuaggini et affini, di farmelo notare sempre senza pietà.

Le note le ho finite, grazie a Dio, visto che sono più lunghe della ff. Fatemi sapere * (e questo asterisco era un bacio)